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Intervista al Prof. Umberto Ricardi – Presidente Commissione Hodgkin

Le nuove sfide nella cura del linfoma di Hodgkin: l’impegno della ricerca clinica verso regimi terapeutici sempre meno invasivi

Prof. Ricardi, nel suo ruolo di Presidente della Commissione Hodgkin all’interno della FIL può raccontarci di cosa si occupa la Commissione e quali sono gli obiettivi sui quali si sta maggiormente focalizzando?

La mission su cui da sempre la Commissione del Linfoma dHodgkin, in analogia ovviamente alla altre commissioni della FIL, si impegna è quella di promuovere la ricerca clinica al fine di migliorare i risultati delle terapie necessarie per sconfiggere questo tipo di neoplasia.

Tutto ciò è reso possibile grazie a una costante collaborazione tra i diversi Centri situati sul territorio nazionale che permettono, attraverso studi clinici opportunamente disegnati, di ottenere risposte sempre più precise e personalizzate per i pazienti. 

Dobbiamo partire dalla premessa che il linfoma dHodgkin è una patologia con una prognosi ottimalecon tassi di sopravvivenza superiori al 90% dei pazienti; in tale contesto è fondamentale quindi non solo mantenere questi alti standard di guarigione, ma soprattutto cercare di ridurre la potenziale tossicità delle strategie terapeutiche attraverso un’applicazione di una moderna e sempre più voluta radioterapie l’ottimizzazione dei regimi di chemioterapiain modo tale da compromettere sempre meno la qualità della vita dei pazienti

Un settore particolare attualmente molto vivace come progetti di ricerca è rappresentato dal setting di pazienti, fortunatamente esiguo numericamente, della malattia recidivata/refrattaria; l’immunoncologia e la sua integrazione nelle strategie chemioterapiche di salvataggio costituiscono oggi una sfida importante per la nostra Commissione.

Quali sono i dati di incidenza del Linfoma di Hodgkin e quale fascia della popolazione colpisce? Quanto è importante la collaborazione con le altre Commissioni all’interno della FIL?

Il linfoma di Hodgkin è un tipo di tumore da considerarsi raro, con tassi di incidenza di circa 4/100.000. Si possono riconoscere due fasce di età a rischio, la prima che interessa il giovane adulto  dai 20 ai 30 anni circa e una seconda che colpisce gli over 60.

Proprio riguardo quest’ultima, è una prassi fondamentale per noi condividere protocolli clinici con la Commissione Anziani e discutere insieme problematiche rappresentate dalle specificità della popolazione geriatrica.

Non manca mai il confronto continuo con gli altri gruppi di ricerca come la Commissione Imaging e Radioimmunoterapia e la Commissione LungosopravviventiComorbidità e Qualità della Vita.

Il contributo culturale dato dalla collaborazione tra più commissioni è un aspetto positivo e molto importante che una realtà come FIL rende possibile.

Sulla base della polichemioterapia lo schema ABVD è ormai consolidato nel trattamento dei linfomi di Hodgkin. Cosa ci si aspetta dalla ricerca per migliorare ancora di più i risultati?

Nel panorama europeo l’Italia, per il trattamento del linfoma di Hodgkin, predilige nella maggior parte dei casi, l’utilizzo della polichemioterapia a base di Adriamicina, Bleomicina, Vinblastina, Dacarbazina, il così detto schema ABVD.

Una scelta che si discosta da quella tedesca che utilizza una combinazione di farmaci con un livello di tossicità più forte (BEACOPP) a vantaggio di una efficacia lievemente più alta.

Tuttavia quest’ultima può risultare la soluzione più indicata in qui pazienti che presentano una scarsa risposta alla chemioterapia e dove è opportuno intensificare la cura.

Nel caso contrario, in cui pazienti risultano essere particolarmente chemiosensibili, si sta invece studiando la possibilità di passare da uno schema ABVD a uno schema meno tossico, eliminando ad esempio la bleomicina, farmaco potenzialmente pneumotossico

La ricerca italiana, anche all’interno della FIL, è stata molto attiva nel dimostrare come fosse possibile individuare i pazienti in cui intensificare o deintensificare la terapia dopo i primi due cicli ABVD attraverso l’esecuzione di una PET precoce come sorta di test di chemiosensibilità in vivo.

Oltre al ciclo chemioterapico anche la radioterapia gioca un ruolo importante nel trattamento dei linfomi di Hodgkin? Come si combinano le due strategie terapeutiche?

Il trattamento radioterapico è ancora da considerarsi molto importante nella cura del linfoma di Hodgkin, tanto da poter essere ancora definito  come l’agente singolo più efficace. 

Nei linfomi in stadio iniziale (I e II stadio), a differenza di quelli in stadio avanzato, è sempre utilizzato un trattamento combinato,  con una una breve chemioterapia (a base di ABVD) seguita da una moderna radioterapia. 

Con moderna radioterapia si intende un trattamento sempre più mirato che utilizza delle dosi adeguate su dei volumi sempre più limitati.

Tutto ciò garantisce al paziente la possibilità di mantenere analoghi livelli di guarigione e di ridurre il rischio di tossicità tardiva, soprattutto in termini di riduzione del rischio di secondi tumori e di complicanze cardiovascolari.

Lei è Past President dell’ESTRO, la Società Europea di Radioterapia Oncologica. La collaborazione internazionale nella ricerca scientifica sui linfomi quanto è importante per una realtà come la FIL?

Da un punto di vista scientifico la collaborazione con le differenti realtà europee ed extraeuropee è davvero un aspetto importante e gratificante che in questi 10 anni di attività ha contribuito moltissimo alla crescita della Fondazione, soprattutto in termini di credibilità scientificottenuta grazie al reclutamento dei pazienti italiani in studi internazionali e al livello delle pubblicazioni scientifiche dei ricercatori italiani.

Tornando poi a focalizzarci sul linfoma di Hodgkintrattandosi di un tumore con un tasso di incidenza basso, diventa certamente utile e necessaria la collaborazione internazionale per mettere a sistema un numero di casi più ampio allo scopo di elaborare risposte cliniche sempre più precise e in tempi sempre più rapidi.

Come ha ricordato lei quest’anno ricorre il 10 anniversario della FIL, qual è il suo bilancio personale?

Personalmente non posso che essere soddisfatto nell’aver visto la Commissione Radioterapia, di cui specificamente mi occupo, e di cui ho ricoperto il ruolo di coordinatore negli anni scorsi, crescere notevolmente in questi dieci annipassando da pochissimi ricercatori al momento della sua costituzione sino al poter contare oggi su circa 60 persone, molto motivate

Sono onorato di aver preso parte, come membro del Consiglio Direttivo, alla crescita  della Fondazione e di ricoprire oggi il ruolo di Coordinatore della Commissione Hodgkin, avendo il privilegio di poter contare su ricercatori che davvero rivestono il ruolo di opinion leaders internazionali.

Devo personalmente certamente anche alla FIL la visibilità internazionale che mi ha consentito di assumere ruoli in Board di gruppi cooperativi internazionali (ILROG).

Il potenziale della FIL è certamente oggi molto chiaro nel panorama della ricerca scientifica nazionale ed internazionale; è certamente anche per questo che invito sempre a supportarla in ogni modo nell’interesse dei nostri pazienti.

 

Vedi: Commissione FIL Hodgkin

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