“Stato di emergenza: accesso alle terapie e diagnosi tempestiva continuano ad essere la priorità nostra e dei nostri pazienti”
L’emergenza sanitaria legata al Coronavirus sta condizionando tutto il nostro Paese. Lei lavora all’Humanitas di Rozzano, la Lombardia è una delle zone più colpite e che più fatica ad uscire da questo stato di emergenza. C’è qualcosa che si sente di rivolgere ai nostri pazienti ematologici, come una raccomandazione in particolare o una semplice rassicurazione?
Quello che purtroppo stiamo riscontrando in questo particolare periodo, anche confrontandoci tra colleghi, è un rilevante e pericoloso allontanamento dei nostri pazienti che si mostrano restii a presentarsi in ospedale per effettuare visite, controlli e terapie.
Esistono infatti situazioni nelle quali si ritiene opportuno rinviare l’appuntamento nell’interesse del paziente, ma altre in cui il rischio di una mancata diagnosi o dell’interruzione di un percorso terapeutico, è certamente prioritario rispetto al rischio di contagio conseguente all’accesso ospedaliero.
Questo infatti avviene in piena sicurezza attraverso itinerari protetti e seguendo determinati protocolli.
Inoltre, considerato un flusso sensibilmente inferiore di casi da trattare, i pazienti chiamati all’interno della struttura potranno trarre il vantaggio di concentrare le visite e gli esami in tempi più rapidi.
Una preoccupazione per fine emergenza, risiede nella possibilità di diagnosticare linfomi in stato più avanzato proprio perché i pazienti adesso pur avendo sintomi non si presentano in visita per paura del contagio.
La mia personale raccomandazione rivolta ai pazienti è di seguire sempre le indicazioni del medico, che nella gestione del linfoma farà le scelte più adeguate valutando la priorità del trattamento oncologico rispetto al rischio infettivologico .
Ritornando ad un ambito più generico per parlare di un tema che ci sta molto a cuore, i linfomi. Dott.ssa Balzarotti lei è, all’interno della FIL, la Responsabile della Commissione Linfomi Aggressivi. Ecco l’aggettivo “Aggressivo” accanto alla parola “linfoma”, fa paura. Ci può spiegare quando i linfomi vengono definiti aggressivi? Quali sono le loro peculiarità e se possono presentare delle difficoltà di trattamento?
Il termine “aggressivo” è storicamente utilizzato per identificare questo sottogruppo di linfomi che si caratterizza, sotto il profilo biologico, per la rapidità di proliferazione delle sue cellule.
Tuttavia la definizione “aggressivo” non deve trarre i pazienti in inganno poiché non è correlata con l’efficacia della terapia, né con la probabilità di guarigione.
Infatti i linfomi aggressivi, come altri sottogruppi, hanno ottime probabilità di risposta al trattamento sia nell’immediato sia a lungo termine.
Quindi se ci troviamo di fronte alla diagnosi di linfoma “aggressivo” quando intraprendiamo il percorso terapeutico, sappiamo e dobbiamo comunicare al paziente che il nostro obiettivo è la guarigione.
Ci siamo così addentrati nel vasto territorio delle terapie. Ormai si sente parlare sempre più frequentemente di questa nuova strategia terapeutica: le Car-T. Può aiutarci a fare un po’ di chiarezza sulle modalità e sulla prospettiva di questa cura e darci il suo pensiero al riguardo? Possono essere la soluzione di tutto oppure è sempre bene continuare a portare avanti anche altri tipi di ricerche?
Le Cart–T sono da considerare come la rivoluzione del momento, una terapia affascinante per la sua natura fortemente innovativa oltre che per i risultati finora ottenuti soprattutto nei linfomi a grandi cellule B, che rappresentano il 40% circa di tutti i linfomi.
Consiste di un complesso procedimento in cui i linfociti T, cioè cellule del sistema immunitario, vengono prelevate dal paziente, quindi manipolate in laboratorio dove viene loro “insegnato” a identificare il CD19, un antigene presente sulle cellule di linfoma.
Successivamente le cellule cosi armate vengono reinfuse al paziente stesso, dove riconoscono e aggrediscono le cellule che esprimono CD19.
Si tratta dunque di una vera e propria immunoterapia personalizzata che ad oggi ha fornito eccellenti risultati nel linfoma a grandi cellule B, in fase di recidiva precoce o dopo multiple recidive, vale a dire in situazioni a prognosi molto infausta.
Più recentemente sempre attraverso le Car-T si sono raggiunti risultati molto interessanti anche nel trattamento della recidiva del linfoma mantellare, forma rara (6-8% circa dei linfomi) e tra le più complesse da curare.
Le Car-T come percorso terapeutico non possono essere proposte a tutti i pazienti né possono assicurare la guarigione di tutti.
Attualmente il loro uso è possibile per pazienti in almeno seconda recidiva oppure, nell’ambito di protocolli clinici, per casi con prima recidiva molto precoce o refrattari alla prima linea.
Per tutte queste ragioni ritengo indispensabile andare avanti con l’identificazione di nuove terapie e nuovi farmaci attivi nei linfomi aggressivi, da utilizzare singolarmente o in associazione con la chemioterapia.
L’auspicio per il futuro è quello di coordinare queste nuove molecole con le Car-T e per identificare la strada terapeutica più adatta per ogni paziente.
Vorrei chiudere questa nostra intervista dedicandoci al suo ruolo istituzionale all’interno della FIL. Quest’anno ricorre il decennale della fondazione, lei era presente al momento della nascita della Fondazione e in questi anni è sempre stata parte dell’attività fino ad arrivare a ricoprire il ruolo di membro del Comitato Direttivo e Presidente della Commissione Linfomi Aggressivi. Qual è il suo bilancio di questo decennio di attività a fianco della Fondazione?
La FIL è nata nel 2010, nell’ambito di un processo unificatore che ha limato le differenze e accorciato le distanze in tutto il territorio Italiano tra i vari centri di ricerca per la cura del linfoma.
Ricordo con orgoglio quel momento e tutta la fase successiva di crescita e progettazione a cui ho preso e sto prendendo parte.
È una realtà che coinvolge non solo i grandi poli ma anche i piccoli centri, grazie al lavoro corale di medici ricercatori nelle Commissioni in coordinamento con i professionisti che compongono il team degli Uffici Studi FIL di Alessandria e Modena.
Come Presidente della Commissione Linfomi Aggressivi l’obiettivo è di lavorare per ottenere protocolli sempre più dettagliati per ogni aspetto della terapia di prima e di seconda linea, e valutazioni retrospettive utili per progetti futuri.
Fondamentale in questo senso la discussione tra noi ma anche con altre commissioni sia cliniche che biologiche.
In una visione invece più ampia della Fondazione, il mio impegno sarà rivolto da un lato a rafforzare il coinvolgimento di Centri di tutto il territorio nazionale, e dall’altro ad allargare la nostra visibilità internazionale intensificando progetti in collaborazione con gruppi stranieri.
Infine, in un momento in cui si discute sulla presenza femminile ancora troppo debole nel ricoprire posizioni chiave in ambito scientifico, ma non solo, mi piace sottolineare come all’interno della FIL si stia assistendo in modo del tutto fisiologico a una progressiva crescita del numero di donne.
Attualmente siamo 4 nel consiglio Direttivo e 4 Presidenti di Commissione, senza aver dovuto pretendere “le quote rosa”, e si tratta certamente di un processo in fieri.
Leggo questo dato, a me particolarmente caro, come una delle tante dimostrazioni dei valori che supportano l’impegno di questa fondazione di cui sono sempre più fiera di far parte.
Vedi: Commissione FIL Linfomi Aggressivi
