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La lunga e dolorosa strada verso la cura, dopo una diagnosi di linfoma al mediastino e intestino

A fine gennaio del 2023 ho scoperto di avere un linfoma a grandi cellule B nel mediastino e intestino, e tutto il mio universo è crollato.

All’improvviso mi sono ritrovata catapultata in un altro mondo, che per me era spaventoso e disorientante.

Sono stata subito ricoverata, la situazione era grave, 4° stadio, le dottoresse non sapevano dove mettere mano. Ho dovuto aspettare quasi due settimane prima di iniziare la chemioterapia, tra esami vari e terapia antinfiammatoria.

Poi finalmente il primo farmaco della chemio e… buio pesto. La sera stessa mi sono perforata, sono stata operata di urgenza e sottoposta a una colostomia e sono finita in rianimazione per shock settico.

Le notizie non erano buone, tutto il mio organismo era in sofferenza, però nell’intestino era stato tolto l’80% del tumore. Alla mia famiglia avevano detto che avrei dovuto svegliarmi quanto prima per non far arrivare l’infezione ai polmoni, altrimenti…

Ma così non è stato, il giorno dopo mi sono svegliata.

La prima immagine che ho visto è stata quella di una croce, sarà un caso o un segno, sta a voi decidere. Da quel giorno è stato tutto più difficile, capire cosa era successo, digerire tutte quelle informazioni, fare conto con un corpo che non riconosci più come tuo, riprendersi, riniziare la terapia, realizzare che è successo proprio a te e che è solo l’inizio.

È stato devastante, ma grazie a tutte le persone che mi sono state accanto, piano piano tutto è iniziato a scorrere e a procedere per il verso giusto, non senza contrattempi naturalmente! Dopo un mese di ospedale sono ritornata a casa, cambiata più che mai.

Ho continuato a fare le terapie ambulatorialmente e una volta finiti i cicli previsti, sono stata ricoverata altre due volte. La prima per fare la raccolta delle cellule staminali per il trapianto autologo e poi per il trapianto stesso.

Devo dire di avere passato brutti momenti durante le cure, ma il ricovero del trapianto è stato quello più duro.

Purtroppo dovevo evitare il “contagio” con l’esterno, per prevenire le infezioni, in quanto il sistema immunitario era molto debole, quindi pochi contatti e tutti imbustati e disinfettati come per entrare in sala operatoria.

Ho sofferto di molti momenti di solitudine e sconforto chiusa in quella stanzetta sterile, ma come dopo ogni tempesta che si rispetti esce sempre il sereno.

Ormai sono passati 8 mesi da quel dì, e giorno dopo giorno mi riapproprio di un pezzetto della mia vita, in un modo nuovo, diverso, ma mio.

Sono grata per tutto questo e vorrei ringraziare dal profondo del mio cuore tutta l’equipe medica del reparto di Ematologia del Sant’Andrea di Roma: questo non sarebbe stato possibile senza di loro e tutti quelli che sostengono la ricerca o donano il sangue.

Grazie!

                                                                                                                                                                                                                                           Jessica

 

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