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La Storia di Martina

Solo io e la mia forza potevamo vincere il Linfoma di Hodgkin, e così è stato

C’era l’attesa, c’era il tempo che passava con desideri vaghi ed un unico obiettivo. C’era un COVID-19 che valeva solo per me. C’era la libertà limitata, la volontà strozzata. Strozzata dalle difficoltà che da lì in breve tempo si facevano sempre più grandi. C’era la fatica, la fatica di un corpo vecchio, pallido, astenico e smagrito, ma allo stesso tempo gonfio e rosso. C’era una fronte alta, nessuna ciocca a colmarla. C’era una pelle così grigia e così rugosa… E gli occhi così strani: sempre grandi ma ingialliti, il verde così privo di vitalità, i contorni mal definiti dalle esili ciglia.

Lo vedo ora, lo vedo bene dalle fotografie. Ma allora non me ne rendevo conto. Non mi importava del mio aspetto esteriore. Allo specchio vedevo me stessa, cercavo di passare sopra a quell’aspetto così cambiato nel giro di poche settimane.

Il mio obiettivo era quello di continuare al massimo una vita normale, proseguendo con il mio lavoro ed i miei interessi.

Era il 2015, avevo 25 anni. Fisioterapista in carriera, l’amore per lo sport e la montagna, con l’energia di poter dormire due ore a notte e poi spaccare il mondo. Con la diagnosi di Linfoma di Hodgkin iniziò per me una carrellata di mesi che non dimenticherò mai. Sei cicli di chemioterapia che durarono più di sei mesi. Cercai di proseguire il mio lavoro per quanto potessi, poi lentamente il mio corpo mi chiese di mollare. Ai tempi seguivo anche una squadra di calcio durante gli allenamenti: mi riposavo e dormivo tutto il giorno per avere la forza alla sera di trattare i ragazzi per un paio d’ore. Era essenziale per me riuscire a fare qualcosa, seppur poco. Stavo male perché vedevo che i miei colleghi, amici ed il mondo intorno a me andava avanti, mentre io ero obbligata da una forza superiore a rimanere nel mio piccolo. In ogni caso mi ritenevo molto fortunata. Mia sorella, Alisea, i miei genitori, zii, il mio ragazzo ed alcuni amici a cui devo un’immensità di amore mi sono stati sempre accanto, sempre. E poi c’erano Livia e Chiara, due teste quadre (o “toste quadre”?), grandi. Lì per lì non lo realizzavo, ero inglobata in una bolla spigolosa, ma era resa morbida e protetta da coloro che mi stavano intorno. Con il tempo me ne sono resa davvero conto: nei momenti difficili è fondamentale lasciarsi andare alle persone che amiamo. Ma in quei mesi ho imparato molto, restando sola. Nei momenti in cui il mio corpo parlava, la mia testa e il mio cuore rispondevano: c’era tanta confusione, tristezza, c’erano le lacrime, anche di gioia, c’erano emozioni contrastanti. E c’era la forza. C’era qualcosa di forte che sentivo dentro di me, una presenza infuocata nel petto. Io la chiamo “forza” ma la sentivo quasi materialmente: dialogavamo insieme e andavamo avanti, una compagna combattiva e, alla fine, vincente. Non l’ho più sentita negli anni a seguire. Ma è stata la consapevolezza che ce l’avrei dovuta fare da sola. Solo io potevo vincere. Io con la mia forza. E così è stato. Sono guarita. Il periodo dopo la guarigione è stato durissimo: clinicamente il mio corpo stava bene, soggettivamente ero a pezzi. Bisognava ricominciare tutto da capo: il recupero del mio corpo, il lavoro, i capelli. E i miei amici non erano più lì a stendermi il tappeto rosso. Ma pian pianino le cose sono andate a posto e sono tornata ormai da tempo nel pieno delle mie possibilità. Sto bene. Lavoro tanto. Sono felice. Sto crescendo.

FOTO1La montagna mi ha fatta rinascere. Un viaggio in Nepal nel 2017 e poi la mia vittoria più grande il 15 Agosto 2018: la vetta del Monviso, sulla quale ho ringraziato Dio per la bellezza della mia vita.

 

Martina

 

 

 

 

 

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