Mi chiamo Alberto e avevo ventiquattro anni quando, nel dicembre del 2021, qualcosa ha iniziato a non andare.
All’inizio erano sintomi strani, difficili persino da spiegare. Ogni sera, puntuale verso le sei, mi saliva una febbre leggera, “insignificante”, direbbero molti. Eppure io mi sentivo a pezzi. Avevo un malessere diffuso, sudorazioni notturne, zero appetito. Ero sempre stanco: tornavo dal lavoro e mi addormentavo sul divano. Quasi ogni giorno vomitavo, la mattina e la sera. Giorno dopo giorno peggioravo, e dentro di me cresceva una preoccupazione che non riuscivo più a ignorare.
A fine gennaio andai dal medico di famiglia. Non avevo mai fatto analisi importanti prima, mi ero sempre considerato un ragazzo sano. Pensammo inizialmente al reflusso, che avevo già avuto, e iniziai una cura. Ma il medico fu bravo: notò che qualcosa non tornava, parlò anche di una possibile anemia mediterranea e decise di approfondire.
Nel frattempo, continuavo a stare male. In due settimane persi tra gli otto e i dieci chili. Nonostante tutto, andavo comunque a lavorare, ma il mio corpo stava cedendo. Il giorno in cui arrivarono i risultati delle analisi ricevetti una telefonata che non dimenticherò mai. Il dottore mi disse: “Ti ricovererei subito” e mi prenotò una visita specialistica urgente. Quel giorno vomitai persino per strada. Riuscii a prenotare una visita per il giorno dopo, all’ospedale Santissima Annunziata di Taranto, al Reparto di Oncoematologia Pediatrica.
Il medico mi fece capire, senza dirmelo apertamente, che c’era qualcosa che non andava. Avevo dolore nella zona della milza. Poi arrivò il primario, il Dottor Cecinati, il quale senza avere ancora una diagnosi definitiva mi disse che dovevo essere ricoverato subito.
In quel momento mi crollò il mondo addosso. Fino al giorno prima ero al lavoro, vivevo la mia vita normale. E ora? Ora mi sentivo perso, spaventato, pensai che forse non sarei più uscito da lì, ma mi fidai e mi affidai. Il dottore mi disse che potevo avere un accompagnatore: scelsi mia madre.
Entrai in reparto dopo aver salutato mio padre e i miei fratelli. E la cosa incredibile è che tutto sembrava tranne che un ospedale: vista sul mare, un’atmosfera tranquilla, quel luogo mi diede subito un senso di serenità.
Mi fecero la TAC, poi la biopsia e ancora prima della diagnosi, iniziai i colloqui con la psicologa. Il suo aiuto è stato fondamentale: mi accompagnò piano piano, preparandomi, parlandomi in modo indiretto, ma sincero. Quando arrivò la conferma, non ebbi un trauma vero e proprio. In fondo lo avevo già capito. La dottoressa mi disse che avevo un linfoma, anche se la tipologia non era ancora chiara.
Seguirono la PET e il congelamento del liquido seminale a Bari. Poi iniziai subito le cure, per quello che risultò essere un Linfoma di Hodgkin al 4º stadio. E una cosa incredibile successe quasi subito: la febbre sparì. Avevo ancora dolori al tronco, ma sentivo che qualcosa stava cambiando.
Mi inserirono il PORT, sotto la clavicola destra, e il 5 aprile 2022 iniziai la chemioterapia. Avevo paura, non sapevo cosa sarebbe successo. Eppure, durante la terapia non ho mai avuto grossi problemi. Persi i capelli e decisi di tagliarli. Il primo ricovero durò diciassette giorni: esami e primo ciclo di chemio. Poi continuai la terapia a casa, con controlli continui.
In totale feci sei cicli di chemioterapia. Il 3 maggio, il giorno del mio compleanno, tornai in ospedale per il secondo ciclo. Mi pesava tantissimo ricominciare, fu una botta dura. Ma subito dopo iniziai a stare meglio: il colorito migliorò, ricominciai a prendere peso. Questo mi diede una forza enorme.
A giugno arrivò la PET di controllo: niente radioterapia, e via con il terzo ciclo. In quel mese riuscii persino ad andare a vedere una partita di calcio. Dopo mesi chiuso in casa o in ospedale, tornare tra la gente fu una piccola, grande vittoria.
Andai avanti così per altri mesi, fino a finire la chemio. Avevo dolori subito dopo i trattamenti, ma per il resto stavo bene. Il 4 settembre feci l’ultimo ricovero, l’ultimo ciclo.
Subito dopo, però, arrivò il Fuoco di Sant’Antonio, che mi debilitò tantissimo e che ancora oggi mi crea qualche problema. PET e TAC, però, andarono bene.
Dovevo tornare al lavoro. Chiesi l’aspettativa e qualche mese dopo mi dimisi. Non avevo più gli stessi stimoli, non ero più la stessa persona. A gennaio 2023 iniziarono i controlli. A marzo la PET e la TAC finali confermarono che stava andando tutto molto bene. La dottoressa mi disse che potevamo togliere il PORT.
Il 17 aprile 2023 suonai la campana, il gesto simbolico che si usa fare in molti ospedali per celebrare la fine delle terapie attive.
Oggi vado in ospedale regolarmente per il follow-up. Mi porto dietro qualche strascico, che accetto, perché so cosa ho rischiato di perdere.
Sono tornato alla mia vita. Non è identica a prima, ma è vita. E questo è bellissimo.
Sono grato ai medici e agli infermieri che ho incontrato nel mio percorso di cura, perché sono stati fantastici, umanamente e professionalmente. Non dimenticherò mai la Dottoressa Brescia e il primario Cecinati. Quando è arrivato il momento di lasciarli ero quasi triste. Quella era diventata la mia routine, sentirmi accudito da loro mi faceva sentire al sicuro. Tornare alla vita fuori dall’ospedale mi spaventava. Anche in questo la psicologa mi ha aiutato tanto.
Vedere bambini malati mi ha dato forza. Mi sono detto che non potevo mollare. Ho pianto, certo, ma ho sempre cercato di sorridere e di restare positivo e ho anche avuto la fortuna di potermi curare vicino a casa, con la mia famiglia sempre accanto.
Dopo il tumore c’è vita. E non una vita qualsiasi: una vita più consapevole, più intensa.
Alberto
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