Negli ultimi decenni è stato raggiunto un significativo miglioramento della sopravvivenza dei pazienti con linfoma aggressivo ottenendo delle sopravvivenze a 5 anni dell’86% per i linfomi di Hodgkin (HL) e del 70% per i linfomi non Hodgkin (NHL). Aumentando sempre di più la popolazione dei pazienti che guariscono dopo un trattamento di chemioterapia, la comunità scientifica pone particolare attenzione alle tossicità a lungo termine e alla preservazione della fertilità maschile e femminile.
Pertanto, discutere i rischi di infertilità correlati al trattamento e le opzioni di conservazione della fertilità con i pazienti è oggi mandatorio.
Oncofertilità, una disciplina recente tra oncologia e medicina riproduttiva
Nasce nel 2006 il termine di Oncofertilità, un campo interdisciplinare tra l’Oncologia e la Medicina Riproduttiva che valuta le diverse strategie per garantire la conservazione della fertilità nei giovani pazienti che devono essere sottoposti ad un trattamento chemio/radioterapico.
Diversi fattori sono implicati nella comparsa di infertilità dopo il trattamento chemioterapico quali il tipo di chemioterapia, il dosaggio dei farmaci e l’età al momento del trattamento, quest’ultima per le donne, correlata al fisiologico decadimento della riserva ovarica.
Gli schemi chemioterapici con rischio elevato di infertilità sono rappresentati da combinazioni di farmaci contenenti alchilanti, procedure di trapianto di cellule staminali e trattamento di radioterapia con campi contenenti gli organi riproduttivi; in particolare, dopo aver ricevuto regimi contenenti agenti alchilanti, meno del 30% dei maschi ha un recupero della spermatogenesi e il 45% delle femmine di età ≥ 30 anni ha cicli mestruali regolari.
La preservazione della fertilità nell’uomo
Nell’uomo la criopreservazione dello sperma prima del trattamento chemioterapico rappresenta l’unica procedura efficace per preservazione della fertilità.
Gli uomini devono essere informati di un rischio potenzialmente più elevato di danno genetico negli spermatozoi raccolti dopo l’inizio della terapia poiché la qualità del campione e l’integrità del DNA spermatico possono essere compromesse anche dopo un singolo trattamento chemioterapico.
La procedura di raccolta dello sperma è molto semplice e può essere rapidamente organizzata prima di iniziare la chemioterapia, tranne che in condizioni di estrema urgenza. I pazienti potranno effettuare uno spermiogramma circa 12 mesi dopo la fine della terapia per valutare il ripristino della funzione gonadica.
I dati della letteratura dimostrano che l’utilizzo dello sperma criopreservato ha portato a un tasso di gravidanza che varia dal 30 al 60%.
La preservazione della fertilità nella donna
Nella donna esistono diverse procedure da poter effettuare, quali la conservazione del tessuto ovarico e la conservazione degli ovociti non fecondati.
La criopreservazione di ovociti non fecondati è un’opzione utile per la preservazione della fertilità, ma necessità un tempo di attesa di circa 10-14 giorni per la stimolazione ovarica. In alcune particolari condizioni ematologiche (es. linfomi mediastinici o linfomi con altre grosse masse linfonodali a rapida crescita) potrebbe non essere possibile attendere questo periodo di tempo e diventa pertanto preferibile utilizzare il prelievo del tessuto ovarico.
Il prelievo del tessuto ovarico è una procedura che viene eseguita in laparoscopia e non ha necessità di stimolazione ormonale ovarica. Tale tecnica è l’unica possibile nelle bambine prepubere e rappresenta un’ottima possibilità di ripristino della funzione ovarica dopo trattamento chemioterapico.
Esiste, inoltre, la possibilità di impostare un trattamento farmacologico con farmaci che sopprimono la funzione ovarica per ridurre l’effetto tossico sulle gonadi, quali l’analogo del GnRHa. Tale strategia ha mostrato delle evidenze contrastanti e non può essere considerata un’alternativa alle tecniche di criopreservazione consolidate.
Le donne devono essere valutate da uno specialista ginecologo che, prima di iniziare il trattamento, effettua un bilancio della fertilità mediante il dosaggio dell’AMH (ormone antimulleriano) e la conta dei follicoli antrali. Lo specialista valuterà insieme all’oncoematologo la strategia migliore per preservare la fertilità in base anche alla rapidità con cui il paziente deve iniziare il trattamento specifico.
Dott.ssa Ombretta Annibali
Medico Ematologo presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, Roma
Comitato di Redazione FIL
