Linfoma nel paziente anziano

Approccio al Linfoma nel paziente anziano: la continua e interessante ricerca dell’equilibrio tra la cura e il rispetto della fragilità

Le malattie linfoproliferative, tra cui per prevalenza spiccano i Linfomi, aumentano la loro incidenza con l’aumentare dell’età. In Italia i Linfomi rappresentano circa il 6% di tutti i tumori e si può stimare un’incidenza per i Linfomi di 15,9 casi su 100.000 abitanti/anno nei maschi e di 10,9 nelle femmine. Quindi, seppur i Linfomi vengano spesso identificati nell’immaginario collettivo come malattie del paziente giovane, è la popolazione con età superiore a 65 anni che principalmente afferisce presso gli Ambulatori di ematologia che si occupano di queste patologie.

Va posta particolare attenzione al fatto che i Linfomi sono tumori di solito chemio-sensibili, quindi solitamente curabili e anche potenzialmente guaribili e questo è possibile anche per un paziente considerato anziano; per questo motivo, definire la candidabilità o no di un paziente anziano ad un trattamento per il Linfoma da cui è affetto, può avere conseguenze estremamente importanti.

I trattamenti in un paziente anziano

Il termine “paziente anziano” è estremamente generico; è ovvio infatti che, a parità di età, la presenza di altri problemi di salute e in particolare di comorbidità neurologiche e cognitive, può notevolmente modificare il quadro complessivo di un paziente e definire la sua maggiore o minore fragilità nel momento in cui si debba affrontare un trattamento chemio-immunoterapico.

Proprio per questo motivo negli ultimi anni la concentrazione di numerosi gruppi di ricerca in ambito oncologico è stata focalizzata sull’approccio al paziente anziano e in particolare la Fondazione Italiana Linfomi porta avanti da alcuni anni un approfondito filone di ricerca riguardo il paziente anziano affetto da linfoma, con l’obiettivo di definire al meglio le caratteristiche del paziente e le sue fragilità prima dell’avvio del trattamento, questo tramite l’utilizzo della Valutazione Geriatrica Multidimensionale (VGM).

La VMG ha lo scopo di individuare le condizioni cliniche, psicologiche e sociali del paziente e ha la funzione di far emergere i potenziali problemi che i pazienti anziani potrebbero sviluppare durante il trattamento. Tramite la VMG vengono considerati, attraverso scale e test specifici, diversi fondamentali aspetti: la disabilità fisica e funzionale, la presenza di patologie croniche, la polifarmacoterapia, lo stato nutrizionale, psicosociale e la presenza di sindromi geriatriche, riuscendo ad evidenziare aspetti anche più complessi e nascosti del paziente e che rischierebbero altrimenti di non venire riconosciuti prima di iniziare la cura.

Grazie alla VGM è possibile identificare tre diverse categorie di pazienti, di solito suddivisi tra FIT, UNFIT e FRAGILI (FRAIL) ai quali sono rivolti differenti approcci terapeutici più o meno intensivi, al fine di ridurre la tossicità. In particolare, con la VGM vengono valutati le capacità funzionali e il livello di autonomia nelle attività quotidiane, le comorbidità, le funzioni cognitive e lo stato nutrizionale e la sarcopenia, che è definita come la riduzione patologica della massa muscolare scheletrica.

Una Commissione dedicata al paziente anziano

All’interno della FIL che, come già detto, è particolarmente attenta al paziente anziano e alle sue peculiarità, esiste, proprio per questo motivo, un gruppo di lavoro dedicato: la Commissione Linfomi dell’anziano che dirige i suoi sforzi in questa direzione.

Un filone di ricerca di grande interesse attualmente attivo nell’ambito della Commissione Linfomi dell’anziano è volto ad individuare il ruolo dalla vitamina D durante il trattamento immuno-chemioterapico; questo è in atto attraverso una sperimentazione clinica indirizzata ai pazienti affetti da Linfoma B diffuso a grandi cellule con età superiore a 65 anni. Sappiamo, infatti, che spesso la vitamina D è deficitaria tra la popolazione anziana, in particolare nei pazienti affetti da Linfoma. Studi precedentemente condotti da altri gruppi hanno evidenziato come bassi livelli di vitamina D possono correlarsi ad un maggior rischio di sviluppare neoplasie e in forme più aggressive e questo stesso ruolo della vitamina D sembra essere stato evidenziato anche per il Linfoma B diffuso a grandi cellule e per altri linfomi. Altro aspetto importante precedentemente evidenziato è che il deficit di vitamina D compromette l’attività farmacologica del Rituximab, farmaco cardine nella terapia del Linfomi, influenzando quindi negativamente la risposta alla terapia. La ricerca attualmente operata dalla FIL vuole confrontare l’andamento della terapia in due diversi gruppi di pazienti in base all’assunzione o meno della vitamina D durante il periodo del trattamento e sicuramente ci darà interessanti risultati.

Alla luce delle considerazioni appena fatte si capisce bene quanto è complesso l’approccio al paziente anziano affetto da Linfoma, ma anche quanto interesse solleva questo argomento e quanto è fondamentale per la pratica clinica quotidiana, data la progressiva rivoluzione demografica a cui stiamo assistendo che sta andando verso un progressivo invecchiamento della popolazione mondiale.

 

Dott.ssa Federica Cocito
U.O. Ematologia
Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori – Monza
Comitato di Redazione FIL

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