
La fatigue è il sintomo più comune manifestato dai pazienti oncologici e onco-ematologici
La fatigue può essere definita come una fastidiosa, persistente e soggettiva sensazione di stanchezza o esaurimento fisico, emotivo e cognitivo.
Questo sintomo è causato dalla presenza della patologia o dai trattamenti in atto e non deriva da attività fisica intensa.
Interferisce con lo svolgimento delle normali attività quotidiane. È diversa da qualsiasi altro tipo di stanchezza: si caratterizza per la sua severità e persistenza e per la mancanza di sollievo con il riposo o il sonno.
La fatigue è riscontrata dal 65% dei pazienti con tumore. Circa i 2/3 di questi pazienti la descrivono come severa per periodi fino a 6 mesi e 1/3 dei pazienti continua a riferirla dopo anni dalla fine del trattamento. È presente nel 40% dei casi alla diagnosi; nell’80-90% dei casi durante il trattamento (chemioterapia, radioterapia, ormonoterapia e immunoterapia).
Inizia dalla muscolatura scheletrica, probabilmente per una riduzione e/o interruzione dell’attività fisica. Anche il cervello è coinvolto nella percezione del grado di stanchezza.
Il meccanismo eziologico non è chiaro perché sono coinvolti fattori psicologici e organici; questi inoltre possono variare anche in base al tipo di tumore, lo stadio e il tipo di trattamento.
Sintomi
I sintomi della fatigue possono essere:
- riduzione dell’energia
- aumento della necessità di riposare (sproporzionato rispetto alla riduzione dell’attività fisica)
- sintomi della sfera cognitiva e emozionale
Questi sono persistenti e ricorrenti nel tempo e causano limitazioni e disagio per la vita sociale e qualsiasi altra area delle relazioni umane.
Spesso questi sintomi possono essere confusi con la presenza di depressione: tuttavia è da sottolineare che fatigue e depressione sono due entità diverse.
In questo momento sono disponibili in ambito medico degli strumenti per valutare e misurare l’entità della fatigue. Tuttavia, l’interpretazione a volte è difficile, poiché dovrebbero essere considerati altri fattori come l’età anagrafica del paziente ed eventuali altre patologie che possono richiedere un trattamento specifico: anemia, infezioni, malnutrizione, patologie polmonari, cardiovascolari, renali ed endocrinologiche.
Il problema è, comunque, sempre più oggetto di attenzione e anche gli studi clinici più recenti, come quelli condotti dalla Fondazione Italiana Linfomi, prevedono apposite scale per la valutazione della qualità di vita del paziente
Cosa si può fare per ridurre la fatigue?
Ci sono molti strumenti da poter utilizzare, anche in combinazione tra di loro, all’interno di una strategia personalizzata.
- Esercizio fisico: l’esercizio fisico durante le terapie antitumorali ha un ruolo documentato nel miglioramento della fatigue, della resistenza fisica e muscolare,
nei livelli di attenzione e performance aerobica. Riduce l’infiammazione sistemica permettendo ai pazienti di migliorare il grado di autonomia nelle attività quotidiane e la qualità di vita; evita lo sviluppo della sarcopenia, ovvero la perdita di qualità e quantità della massa muscolare. Sono raccomandati 150 min/settimana di attività aerobica ed esercizi di allungamento muscolare. Alcuni esempi sono: camminata veloce (5 km/H), giardinaggio, nuoto, cyclette/bicicletta, corsa, pilates. - Interventi psicologici: l’obiettivo è di riformulare l’approccio alla fatigue, modificare le strategie di adattamento e stimolare comportamenti di auto-aiuto. Può essere un percorso individuale che comprende tecniche di relazione, conservazione dell’energia e gestione dello stress. Oppure un percorso di gruppo con famiglia e amici per informare, capire e intervenire sull’adattamento al vissuto di malattia, la paura della recidiva, i pensieri disfunzionali sulla presenza di fatigue, le alterazioni del sonno e delle attività quotidiane, la riduzione e mancanza del supporto sociale.
- Controllo psico-somatico: oltre agli interventi psicologici tradizionali, sono a disposizione altri strumenti per la gestione delle alterazioni del corpo e della mente. Un esempio è la Mindfulness, una combinazione di esercizi di meditazione con elementi di educazione psicologica e comportamentale ed esercizi fisici. Migliora l’umore e le interazioni sociali, riduce l’ansia e gli atteggiamenti depressivi, il sonno e la paura. Altro esempio è lo Yoga: combinazione di posizioni con attenzione sulla respirazione e meditazione. Infine, può essere utile anche l’agopuntura.
E i farmaci e gli integratori?
Sono stati eseguiti studi per valutare l’efficacia di alcune categorie di farmaci nel ridurre la fatigue (psicostimolanti che aumentano i livelli di dopamina, antidepressivi, inibitori dell’acetilcolinesterasi, corticosteroidi): purtroppo ad oggi nessuna somministrazione di sostanze ha dimostrato efficacia.
Anche la valutazione dell’uso di integratori (L-carnitina, coenzina Q10, astragalo, guaranà, ginseng) non ha dimostrato benefici reali.
Una considerazione finale, ma non meno importante, riguarda i “diversamente giovani”. Ci possono essere più concause, preesistenti alla diagnosi oncologica, per lo sviluppo di fatigue: anemia, depressione, sarcopenia, demenza. Inoltre, l’assunzione di molti farmaci diversi (polifarmacoterapia) può creare interazioni e esacerbare sintomi di altre patologie. L’obiettivo è mantenere il livello di autonomia per prevenire anche il decadimento cognitivo.
Dr.ssa Sara Bigliardi
Medico Oncoematologo presso Nuovo Ospedale Civile di Sassuolo
Comitato di Redazione FIL
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