Simone Ferrero

La Ricerca Scientifica per sostenere l’umanità

Carta di identità

Nome: Simone
Cognome: Ferrero
Età: 38
Dove lavori: Ematologia Universitaria – AOU “Città della Salute e della Scienza di Torino”.
Interessi: amo la montagna, sia in estate che in inverno, pratico lo scialpinismo con determinazione, sono appassionato di cucina e di vino, nonché di letteratura, teatro e musica classica.
La tua fonte di ispirazione: la curiosità di capire come funziona l’essere umano, fisiologicamente e nello sviluppo delle malattie, in particolare di quelle tumorali. I linfomi in questo sono un campo molto interessante perché si presentano in forme molto diverse fra loro, con sintomi, localizzazioni e risposte ai trattamenti altrettanto differenti. La domanda che mi rivolgono più spesso i pazienti è “Perché ho il linfoma?” o anche “Come mai gli altri pazienti rispondono alle terapie e io no?”. Trovare le risposte a queste domande è un forte stimolo per me.

 

Simone, hai vinto il Bando Giovani Ricercatori nel 2018: puoi raccontarci qualcosa del tuo progetto?

Sono cresciuto professionalmente nel laboratorio di Torino in cui già lavorarono sia Paolo Corradini che Marco Ladetto, al quale si deve il particolare interesse dedicato allo studio biologico sui linfomi. Qui ho approfondito le mie conoscenze sulle analisi di malattia minima residua (MRD), ossia la ricerca con strumenti molto precisi delle cellule cancerose resistenti, che permangono nell’organismo dopo il trattamento oncologico. Siccome nel linfoma follicolare questo aspetto si può indagare solo in circa il 50% dei casi mi sono chiesto come poter estendere tali indagini alla maggioranza dei pazienti. Ricorrendo a tecniche molecolari di nuova generazione e partendo dalla disponibilità dell’ampia serie di campioni biologici già raccolta nell’ambito del protocollo FIL “FOLL12”, ho sviluppato, insieme ai miei collaboratori di Torino e del network MRD della FIL (Aviano, Pisa e Roma), un progetto mirato (“BIO-FOLL12”) che ha incontrato il pieno consenso della commissione scientifica del Bando Giovani Ricercatori.

Prova a spiegare al tuo vicino di casa il lavoro che fai.

Io dico che faccio il medico e il ricercatore. Metà del mio tempo lo passo con i pazienti, soprattutto in ambulatorio, la restante metà in laboratorio, a cercare di condurre ricerca biologica per rispondere alla mia curiosità e alle esigenze dei pazienti. Quindi da un lato curo le persone, dall’altro studio come le malattie si sviluppano e progrediscono. Sono due ambiti profondamente interconnessi e a cui ho la fortuna di potermi dedicare grazie all’Università di Torino che mi sostiene e alla FIL che crede nel mio lavoro.

Come sei diventato ricercatore?

Il mio è stato un percorso lineare. Ho studiato Medicina e Chirurgia a Torino e al quarto anno di corso ho conosciuto Marco Ladetto come docente di Ematologia: l’incontro è stato determinante, Marco mi ha inserito nel suo gruppo e mi ha seguito per la tesi di laurea nel 2007. Dopo la laurea ho frequentato la scuola di specialità di Ematologia a Torino occupandomi di diversi ambiti oltre ai linfomi e, conclusa la specializzazione, ho trascorso un periodo di perfezionamento in Germania, prima a Monaco di Baviera con Martin Dreyling e poi a Kiel con Christiane Pott, grazie alle collaborazioni internazionali in corso con l’Università. Rientrato in Italia, ho vinto nel 2016 un concorso da ricercatore a Torino, contratto che è stato recentemente rinnovato.

Perché hai intrapreso questa strada?

Ho ricevuto una formazione classica, ma ho sempre amato le scienze e con una madre pediatra la scelta poteva sembrare scontata. In realtà lei mi ha sempre sconsigliato di fare il medico se non ne fossi stato davvero convinto perché sapeva quanto questo percorso sia impegnativo, non solo durante gli studi, ma anche e soprattutto dopo. La mia professione dà grandi soddisfazioni, ma toglie tanto tempo al resto.

 Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

Mi piace il fatto che non mi annoio mai: il mio lavoro è molto vario, va dalla relazione umana con i pazienti all’indagine scientifica in laboratorio, passando per la formazione di studenti e collaboratori, fino ai viaggi intorno al mondo (quando si poteva!) per partecipare ai congressi, scambiare opinioni e presentare gli esiti dei propri studi. Entrano in gioco tanti aspetti, è difficile annoiarsi!

Cosa ti fa più paura del tuo lavoro?

Non avere tempo libero. Sono costantemente impegnato e questo purtroppo toglie energie alla famiglia e alle proprie passioni.

Come ti immagini tra 5 anni?

simone ferrero

Penso e spero di aver raggiunto una posizione consolidata in questa Ematologia e mi piacerebbe che le attività del laboratorio potessero procedere speditamente, senza il pensiero dei fondi che mancano e dei collaboratori capaci che non riesci a trattenere.

Uno slogan per sostenere la ricerca scientifica.

Sostenere la ricerca scientifica significa sostenere l’umanità e lottare contro il pressapochismo. Oggi sembrano avere più valore le opinioni scritte a caso su internet o sentite al bar, piuttosto che il parere di esperti di fama mondiale. Anche con la vicenda COVID-19 è accaduto questo. È necessario tornare all’essere umano e la ricerca è una delle vie più nobili per mettere l’uomo al centro. La ricerca, poi, è un grande esercizio di umiltà, perché è fatta di grandi dubbi e poche certezze, oltre che di fatica. Un po’ come la montagna: salire può essere molto faticoso, ma quando si arriva in cima tutti gli sforzi sono ripagati.

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