broccoli

La ricerca di oggi per guarire il malato di domani

Carta di identità

Nome: Alessandro
Cognome: Broccoli
Età: 40 anni
Dove lavori: Università di Bologna, Istituto di Ematologia “Lorenzo e Ariosto Seràgnoli”
Interessi: Viaggi, letture (saggistica, biografie di personaggi storici), treni e ferrovie storiche
La tua fonte di ispirazione: Chi, negli anni, reputo essermi stato Maestro

Hai vinto il Premio Brusamolino 2021, puoi raccontarci qualcosa della tua pubblicazione?

Abbiamo messo a punto una metodica diagnostica che permette di indirizzare la biopsia per ago verso quel tessuto o organo individuato dalla PET, che ci segnala le sedi corporee “sospette” per la patologia che stiamo cercando di diagnosticare sulla base della captazione di uno zucchero radioattivo da parte dei tessuti.

Questo metodo facilita l’individuazione della sede di biopsia più idonea – quando il tessuto si trova, ad esempio, in profondità all’interno di una cavità corporea e non è diversamente facilmente raggiungibile, oppure si localizza nel contesto di un organo addominale o dello scheletro – e ne guida il campionamento in maniera decisamente meno invasiva rispetto ad un approccio chirurgico in sala operatoria.

Prova a spiegare al tuo vicino di casa il lavoro che fai.

BroccoliMi occupo dell’assistenza clinica alle persone affette da malattie del sangue, patologie severe e di grande rilevanza in termini di frequenza nella popolazione.

Assistere i pazienti significa anche saper rispondere agli interrogativi che quotidianamente ci vengono posti “al letto del malato” (ad esempio: come posso migliorare o rendere più efficaci la diagnosi, la terapia, il monitoraggio nel tempo in chi soffre di questo tipo di malattia?). Per rispondere ad essi, molte volte, è necessario un lavoro di studio e ricerca, che richiede sforzo e tempo. Ma in ogni caso, questi sforzi e questo tempo devono essere impiegati con la prospettiva che i risultati ottenuti “ritornino” al paziente, per rispondere agli interrogativi di partenza. Fare ricerca significa “chiudere” questo anello.

Come sei diventato ricercatore e perché hai intrapreso questa strada?

Ho completato il mio percorso universitario con la laurea in Medicina e Chirurgia nel 2007, la specializzazione in Ematologia nel 2014 e il successivo dottorato di ricerca nel 2018. Ho sempre creduto, perché così mi è stato insegnato, che una buona assistenza non possa prescindere da una buona attività di studio e ricerca (e deve certamente essere valido anche il viceversa!), il tutto accompagnato dal trasferimento delle nostre osservazioni cliniche e dei risultati dei nostri studi in contesti didattici, nei confronti cioè di studenti e medici in formazione.

I tre vertici – “assistenza”, “ricerca”, “didattica” – sono i poli entro cui deve muoversi l’attività di un medico ricercatore universitario. Questo modello mi ha sempre affascinato e il desiderio di aderire ad esso ha rappresentato per me la spinta a fare questo lavoro.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

La percezione di poter in qualche modo essere utile nel momento di maggiore difficoltà di una persona.

Cosa ti fa più paura del tuo lavoro?

I casi in cui non riesci a “chiudere” quell’immaginario anello di cui parlavo prima.

Come ti immagini tra 5 anni?

Spero di poter continuare a svolgere il lavoro che sto facendo nell’Istituto e nell’Università dove sono cresciuto.

Uno slogan per sostenere la ricerca scientifica.

La ricerca di oggi per guarire il malato di domani”.

È la visione che ha sempre trasmesso, lasciandocela in eredità quale missione, il maestro e guida della nostra Ematologia di Bologna, il Prof. Sante Tura.

 

 

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