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Fare ricerca vuol dire guardare al futuro e partecipare concretamente alla sua costruzione

Carta di identità

Nome: Alessandra
alessandra rossi 450x470 1Cognome: Rossi
Età: 37 anni
Dove lavori: Istituto Europeo di Oncologia (IEO) Milano
Interessi: Trekking e arrampicata, balli swing (Lindy-Hop, Blues, Rock’n’Roll), viaggiare
La tua fonte di ispirazione: Se ti spaventa, potrebbe essere una buona cosa provarci. Non ho un personaggio o una scoperta particolare a cui mi ispiro, è l’essenza stessa del fare ricerca che mi affascina e mi stimola, più è complessa la domanda e più sarà creativa, unica e geniale la risposta. Vedendo gli innumerevoli progressi in ambito clinico degli ultimi decenni, diventa quasi una sfida personale cercare di dare il mio contributo, mettere quel pezzo di puzzle in più accanto agli altri e poter fare la differenza.

Hai vinto il Premio Brusamolino 2021, puoi raccontarci qualcosa della tua pubblicazione?

Nel nostro lavoro fondamentalmente abbiamo trovato un nuovo approccio terapeutico per curare i pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B del tipo MYC/BCL2 positivi, che non rispondono alle terapie standard. Nel dettaglio abbiamo dimostrato che nei tumori MYC+ si hanno elevati livelli di stress ossidativo e replicativo, capaci di indurre danno al DNA e morte. Le cellule tumorali per poter sopportare questi stimoli attivano un processo di difesa chiamato DDR, che serve per riparare il DNA danneggiato, e overesprimono la proteina BCL2 per proteggersi dalla morte cellulare.

Pertanto un approccio chemioterapico classico, basato sull’induzione di danno al DNA, non dà miglioramenti in questi pazienti perché il loro tumore ha già sviluppato i meccanismi di difesa che gli consentono di resistere alla terapia e sopravvivere. Al contrario, la nostra strategia terapeutica consiste nel disarmare il tumore attraverso la somministrazione di farmaci in grado di inibire sia il DDR (Prexasertib) che BCL2 (Venetoclax). In tal modo la cellula tumorale non è più in grado di gestire gli stress indotti da MYC e va incontro ad accumulo del danno al DNA e alla morte.

Prova a spiegare al tuo vicino di casa il lavoro che fai.

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La finalità principale di un ricercatore consiste nell’acquisire nuove conoscenze, utilizzarle per comprendere e spiegare processi complessi e infine trovare soluzioni concrete ai problemi di ogni giorno.

In particolare, nella ricerca oncologica ci sono ricercatori che studiano i processi alla base di un corpo sano e che quindi caratterizzano ogni meccanismo che governa il buon funzionamento dell’organismo, altri che studiano le patologie definendo caratteristiche generali e specifiche dei diversi tumori ed infine un ultimo gruppo di ricercatori, mettendo insieme le conoscenze derivate dalle altre due categorie, ha il compito di trovare nuove terapie in grado di attaccare le cellule tumorali minimizzando gli effetti collaterali su quelle sane. Io appartengo a questa ultima categoria di ricercatori e mi occupo nel dettaglio di tumori del sangue chiamati linfomi.

A livello pratico un ricercatore deve sempre essere aggiornato sullo stato dell’arte e cioè restare al passo con la letteratura e i congressi, in modo da aver ben chiaro cosa si sa del proprio campo di indagine, individuare le lacune cognitive e le necessità insoddisfatte e pianificare una propria strategia di ricerca in cui esegue gli esperimenti e collabora con colleghi o gruppi di esperti per colmarle.

Il mio obiettivo è curare i pazienti affetti da linfoma che non rispondono alle terapie già esistenti e per farlo applico un principio di medicina personalizzata, cioè studio nel dettaglio le caratteristiche dei tumori più aggressivi e applico ad essi combinazioni di farmaci specifici in grado di dare un effetto mirato e poco tossico.

Come sei diventata ricercatrice?

All’università mi sono iscritta alla facoltà di Biotecnologie mediche di Milano Bicocca conclusa con un tirocinio specialistico di un anno nel laboratorio del Dottor Finocchiaro all’Istituto Neurologico C. Besta (2005-2010).

Grazie ad un Exchange fellowship vinto all’università ho anche potuto frequentare per qualche mese il laboratorio di patologie digestive del dottor Strazzabosco alla Yale University, esperienza particolarmente formativa a livello personale.

Appena laureata ho iniziato a lavorare nel laboratorio di epigenetica del Dott. Pasini all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano dove ho ottenuto il mio PhD in medicina molecolare con indirizzo oncologia molecolare e ho pubblicato diversi paper (2011-2017). Fino a questo punto avevo sempre fatto ricerca di base, ma volevo cambiare ed essere più vicina alla clinica e alle esigenze dei pazienti cosi nel mio secondo Post-Doc ho iniziato a lavorare con un team di medici dello IEO nel laboratorio di ematoncologia del Professor Tarella, dove lavoro tutt’ora (2017-oggi).

Perché hai intrapreso questa strada?

É stato istintivo credo. Sono una persona con mille interessi e nonostante abbia sempre amato le materie scientifiche, alle superiori ho frequentato il liceo artistico sperimentale. Quando sono andata agli open day delle Università per scegliere la facoltà da frequentare ho vagliato ogni opzione, partendo ovviamente da architettura e da Brera, ma alla fine quando sono tornata a casa e ho svuotato la borsa mi sono accorta che avevo solo dépliant di medicina e ricerca. Sono una persona curiosa e metodica e il campo medico mi affascinava, a quel punto la scelta era ovvia, scritta su almeno 30 volantini sparsi sul mio letto.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

È un lavoro che mi somiglia, stimolante, dinamico e in continua evoluzione. La routine e la staticità mi uccidono. Il continuo studio, l’ingegnarsi per trovare nuove soluzioni ed esperimenti per testare le proprie ipotesi come anche il rigore del metodo scientifico per me sono “casa”. Oltre a ciò, poter dare il mio contributo al progresso scientifico, in particolare nell’ambito clinico mi riempie di orgoglio e mi dà uno scopo.

Cosa ti fa più paura del tuo lavoro?

Fallimenti e precarietà.

Il lavoro del ricercatore è ricco di fallimenti purtroppo, fai delle ipotesi, le testi e ne scarti la maggior parte. Certe volte è scoraggiante, soprattutto quando ci hai creduto davvero e ci hai investito tempo e speranze, buttare mesi di lavoro e ricominciare è sempre dura e certe volte mi chiedo se questo continuo mettersi alla prova prima o poi non mi sfinirà.

Oltretutto le nostre condizioni contrattuali sono ridicole, non ti consentono di avere una stabilità lavorativa o una sicurezza economica e questo purtroppo spesso sfocia nella famosa fuga di cervelli o in ricercatori davvero capaci e appassionati che preferiscono cambiare carriera per tutelare la propria vita privata. È pesante quando ogni anno si rischia di dover cambiare istituto o di avere stipendi a rischio a monte del proprio impegno e bravura. Al momento ho spesso vinto borse personali per autofinanziarmi e il mio gruppo non ha problemi di fondi, ma non è scontato ed essere ancora precaria a 37 anni, senza nemmeno la possibilità di poter chiedere un mutuo, diciamo non è rassicurante.

Come ti immagini tra 5 anni?

E chi può dirlo, magari starò festeggiando la vittoria del Premio Nobel o starò ancora cercando di sconfiggere i linfomi allo IEO coi miei colleghi.

Uno slogan per sostenere la ricerca scientifica.

Fare ricerca vuol dire guardare al futuro e partecipare concretamente alla sua costruzione.

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