Luca Indirli - il percorso di guarigione con Padre Pio

La vita è una realtà piena di amore

La storia di Luca tra sofferenza, fede e tanta riconoscenza

Ho quarantanove anni, è la sera dell’Immacolata Concezione, ovvero l’8 dicembre del 2019, prima di andare a letto vado in bagno per lavarmi i denti, mi guardo il viso e mi accorgo che alla base del collo è presente un rigonfiamento, la paura mi assale fin da subito, i pensieri vacillano, l’emozione si inquieta, l’animo diviene instabile.

Il giorno successivo mi reco dal medico curante il quale mi prescrive un’ecografia al collo a cui fanno seguito alcuni esami clinici da laboratorio.

La trepidazione diventa sempre maggiore, entra in me una nuova fase esistenziale chiamata fede cristiana. Mi rivolgo al Signore e a Padre Pio con i quali apro un fruttuoso e intenso dialogo interiore fatto di scambi emotivi e relazioni quasi empatiche. I miei studi, lauree e i vari titoli acquisiti, non sono nulla! Al temine degli esami clinici mi consigliano l’esportazione del linfonodo dal collo, effettuo l’operazione richiesta, diagnosi: Linfoma non Hodgkin.

La mia famiglia comprende la situazione, inizia a proteggermi: Simona, mia moglie, diviene una guida; Samuele, mio figlio quasi adolescente, una forza; i miei genitori una speranza; i miei fratelli, angeli custodi che improvvisamente si trovano ad accompagnare un invalido in preda all’angoscia e all’agonia; le mie cognate osservatrici dell’ignoto; i miei nipoti fragili osservatori.

Dopo la diagnosi si cerca un centro specializzato alla cura, si opta per San Giovanni Rotondo, paese di Padre Pio. Incontro il primario del reparto di Ematologia e al primo incontro tranquillizza tutti comunicando che nel mio caso esiste una cura e una guarigione e predispone un ricovero nel suo ospedale per effettuare tutti i test clinici.

Il ricovero avviene subito, rimango in degenza nel reparto per cinque giorni e avviene l’inspiegabile! Accanto alla sofferenza dei molti ammalati che mi rimarranno impressi nella mente e negli occhi e che difficilmente riuscirò a dimenticare, inizio a sentire la presenza del mio angelo custode Padre Pio, la sua immagine mi viene tra gli occhi, nel mezzo del chiaroscuro dei mattoni che abbelliscono l’Ospedale, nei miei pensieri traspare una condizione di apparente tranquillità anche se l’animo esprime una inquieta condizione esistenziale, un mistero che non riesco a spiegare con le parole o con lo scritto, non so se è verità o illusione! A me piace comunque l’idea che in questo momento di particolare inquietudine non sono stato solo, ma assistito da qualcuno che ha vissuto con me e che mi ha sorretto nella reale afflizione quotidiana.

Inizio le cure e dopo due settimane, i primi effetti: inizia l’alopecia, perdo i capelli, mio figlio mi guarda con gli occhi oscurati da pietoso disegno amoroso, mia moglie mi dà coraggio, tutta la famiglia cerca di farmi sorridere. Mi sento sempre meglio, cerco di uscire, non ho più fastidiosi sintomi legati alla malattia, la terapia a mio avviso sta facendo effetto.

Quando tutto sembrava realizzarsi e normalizzarsi, entra in gioco una ingrata epidemia trasformatasi presto in Pandemia che acclude e annichilisce il sistema sociale e mondiale. La famiglia, come al solito, mi dà coraggio, le preghiere mi sostengono e a questi si aggiunge Padre Mario, padre spirituale e consigliere che mi infonde fiducia.

La terapia nel frattempo continua, mi reco a San Giovanni Rotondo accompagnato sempre dai miei fratelli che si alternano, arriva il terzo momento di terapia, avviene la svolta. Devo affrontare un esame molto delicato chiamato Tac Pet, finalizzato a comprendere se effettivamente la terapia stia dando frutti. Arriva il giorno dell’esame, ho timore, gli occhi si fanno lucidi, mi accoglie il primario del reparto, mi tranquillizza, attendo impaziente. Ci siamo, entro nell’ambulatorio, un infermiere mi somministra un farmaco e con serenità mi comunica di attendere. Il momento arriva, mi chiamano, entro in una stanza, vedo un grande macchinario, l’assistente mi riferisce di salirci sopra. Impaurito, faccio il passo, dura venti minuti, le preghiere si intensificano, la paura aumenta.

Dopo una trentina di minuti di attesa l’infermiera mi consegna il referto. La mano trema, la mente ondeggia, apro il referto e inizio a leggere, gli occhi iniziano a lacrimare, la lettura è soave, la umana solitudine si accompagna a spirata speranza.

Sul referto leggo che la malattia non c’è più, inizio a tremare, chiamo a casa e comunico con allegria ciò che stavo vivendo. La mente si apre, nel pensiero emerge un’idea quasi miracolosa, sto guarendo, sono guarito, sto bene, la terapia è efficace. Sono in confusione, riferisco ai medici che mi curano, loro sono entusiasti… La vita diviene senso critico, tutto ha uno sguardo diverso, la normalità riprende.

Ritorno a casa con la felicità negli occhi! La Pasqua è vicina, anche se rinchiusi per il virus che inneggia, riesco a viverla in modo gratificante.

Arriva, poi, il momento di ritornare a san Giovanni Rotondo per sottopormi a tac/pet per capire come la mia malattia si sta evolvendo o meglio per comprendere se questa sia effettivamente regredita.

Parto la mattina alle 5 accompagnato da mio fratello, la sensazione di paura immerge il mio corpo, le immani palpitazioni ondeggiano a frequenze di instabile sintonia, i pensieri sono confusi, il trepidante respiro si affanna.

Si arriva, attendo la mia chiamata, l’infermiera intravede i miei timori, cerca di rasserenarmi con parole gentili. Il medico mi accompagna nella stanza del grande “macchinario” e in un istante quasi non riesco a salire per sottopormi al conteso esame diagnostico. L’infermiera mi parla e con animata serenità mi trasporta in quella struttura magnetica che riempie le mie paure. Inizia l’operazione di indagine, dopo circa venti minuti, termina il controllo, mi aiutano ad alzarmi e mi accompagnano in sala di attesa. Trascorrono altri trenta minuti, una gentile infermiera mi consegna il referto medico. Lo guardo, leggo, interpreto le parole, inquadro le frasi, individuo i concetti, comprendo il discorso, interpreto la diagnosi, la situazione medica è migliorata, sto bene, nulla da evidenziare, non presento nessuna complicanza, non esiste nessuna malattia. Le lacrime prendono il posto delle parole e il sospiro si trasforma in dialogo.

Con animo distesomi accingo verso il reparto di ematologia. Ad accogliermi è il dottore Scalzulli il quale, guardando il referto, comunica che la malattia è completamente regredita: sono guarito. In quel momento tutto in me ha un colore che accompagna e annichilisce il vuoto esistenziale che mi ha da tempo rivoluzionato. Dopo mi accingo a parlare anche con il dottore Cascavilla, che con pacata gentilezza mi riferisce le stesse interpretazioni comunicate dal collega.

I due medici mi comunicano, comunque, che sarà necessario avviare altri tre step di terapia di consolidamento. Che emozione sentirsi riferire il termine “guarigione”, che sensazione guardare gli occhi di chi ti ha curato e vedervi dentro una gratuita felicità.

Nei mesi successivi le cure di consolidamento terminano con successo, dopo quattro mesi faccio una tac total body e l’esito conferma la guarigione.

Ad oggi continuo ad effettuare i controlli, ma la mia vita è cambiata.

Ho ricominciato a vivere, sperare, amare e ringraziare il Signore e Padre Pio per l’opportunità che mi hanno donato gratuitamente e che con gioia cerco di ricambiare mediante un affettuoso e presente sguardo di ammirata preghiera interiore, che trasforma il mio essere e lo conforta con piacevole grazia.

 

PS: devo dire tanti “grazie” oggi.
Innanzitutto, a chi mi ha permesso di vivere e di esistere, ovvero ai miei genitori che, con tenacia e partecipativa amorosità, hanno contribuito alla mia formazione culturale e personale. Quando parlo dei miei genitori, non posso omettere la restante famiglia composta dai miei due fratelloni, da cognate e nipoti, che continuano a essere presenti e partecipi nella mia vita.

Un ringraziamento va a mia moglie Simona e mio figlio Samuele, loro sono il frutto di un gradevolissimo movimento interiore che espande e ingloba la vitalità di un mondo affettivo profondo.

Un altro ringraziamento va a me stesso, alla mia voglia di esistere, alla mia volontà di apprendere e alla mia giocosa realtà di vivere.

Un ringraziamento va ai medici di San Giovanni Rotondo (dottore Cascavilla, dottore Scalzulli, dottoressa De Gregorio) e a tutta la loro équipe, che mi hanno curato con professionalità e valore. Non posso terminare questa postilla senza esprimere un ringraziamento particolare al Signore e a Padre Pio che mi hanno generato nella vita e nella grazia infinita: grazie a loro mi sento oggi diverso e grazie a questa diversità di contenuto umano vivo con semplice gioia ogni realtà e ogni istante esistenziale.

 

 

Luca

 

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