recidiva del linfoma

Quando il linfoma ritorna: trattamenti e possibilità di cura nei casi di recidiva

Nella maggior parte dei casi il trattamento di prima linea per il linfoma porta alla remissione completa di malattia, tuttavia a distanza di tempo si può sviluppare una recidiva, ossia il linfoma può ripresentarsi. Questo avviene per lo più entro i primi cinque anni dal termine dei trattamenti, più raramente si verificano recidive tardive.

La recidiva necessita di essere confermata da esami strumentali quali TAC e PET, e, dove possibile, da un nuovo esame istologico che confermi la diagnosi iniziale oppure evidenzi la trasformazione del linfoma in una forma più aggressiva.

La recidiva viene definita precoce se avviene entro 12 mesi dal termine delle terapie, tardiva se avviene oltre un anno.

Come curare la recidiva

Una volta posta la diagnosi di recidiva, il paziente viene avviato a una terapia definita di seconda linea o di salvataggio, che prevede l’utilizzo di cicli di polichemioterapia con farmaci diversi da quelli già utilizzati, a dosaggi più elevati, oppure  di farmaci biologici e/o il ricorso all’immunoterapia.

A causa della loro eventuale maggior aggressività sulle cellule del tumore, le terapie di salvataggio possono risultare più tossiche per l’organismo e il paziente può necessitare di ricovero in un reparto di Ematologia per un più stretto monitoraggio.

La scelta terapeutica dipenderà dal tipo di trattamento a cui si è stati sottoposti in precedenza e dalla localizzazione della recidiva.

Quando indicato, il trattamento proposto avrà lo scopo di condurre il paziente verso la mobilizzazione delle cellule staminali e successivamente il trapianto autologo, che viene fondamentalmente eseguito come terapia conclusiva al termine di un programma di terapia di seconda linea  articolato in più fasi, che ha lo scopo di eliminare o ridurre al minimo la malattia.

I successi grazie alla ricerca

Le probabilità di riuscita del trattamento per linfoma recidivato o refrattario oggi sono notevolmente aumentate grazie alla ricerca che ha fatto passi da gigante, ai nuovi e personalizzati trattamenti, al miglioramento delle tecniche trapiantologiche e ultimamente all’impiego delle CAR-T nei linfomi aggressivi ricaduti.

Tra le principali novità terapeutiche troviamo i nuovi farmaci biologici, entrati negli ultimi anni nella pratica clinica, studiati per agire su specifici target di malattia che permettono di accrescere l’efficacia dei trattamenti e di ridurne gli effetti collaterali, essendo poco tossici. Limmunoterapia, invece, ha la capacità di stimolare l’organismo stesso a difendersi dall’attacco delle cellule tumorali e rappresenta una nuova frontiera per la cura dei linfomi.

La maggiore innovazione nel trattamento del linfoma non Hodgkin aggressivo è rappresentata dalle cellule CAR-T. Si tratta di una “medicina di precisione”  che consiste nel prelevare dal paziente affetto da linfoma aggressivo un particolare gruppo di globuli bianchi (i linfociti T, non più capaci di combattere il tumore), nel modificarli geneticamente per renderli in grado di riconoscere e distruggere in modo mirato le cellule tumorali e, infine, nel reinfonderli nel paziente. Le nuove terapie a base di cellule CAR-T sono un trattamento fortemente innovativo che permette di aumentare in maniera significativa le possibilità di guarigione in pazienti con linfomi non Hodgkin aggressivi in recidiva o refrattari per i quali fino ad oggi non vi erano reali opzioni di cura.

Infine, qualora non sia possibile assicurare la guarigione, ad esempio nei pazienti che per età e condizioni generali non sono candidabili ai trattamenti sopra elencati, può essere proposta una terapia allo scopo di ridurre il volume dei linfonodi e controllare la malattia, consentendo in tal modo una buona qualità di vita, spesso per lunghi periodi.

 

 

Dr.ssa Valentina Bozzoli
Medico Ematologo
Comitato di Redazione FIL

 

 

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