La mia è una storia fatta di dolore, di paura, ma soprattutto di speranza e di rinascita.
Era il 2017. Avevo appena iniziato la mia carriera lavorativa, ero piena di entusiasmo, di progetti, di sogni. La mia vita correva veloce, e io correvo con lei.
Poi, all’improvviso, è arrivato il buio.
Il mio corpo ha iniziato a mandarmi dei segnali: la stanchezza, la febbricola che non mi abbandonava mai, quelle notti insonni, sudate, e quel prurito continuo che sembrava non avere fine.
All’inizio pensavo fosse solo stress, forse un po’ di stanchezza. Ma dentro di me sentivo che c’era qualcosa di più.
Ho iniziato a fare esami, visite, cure… e dopo qualche settimana è arrivata la diagnosi che mi ha cambiato la vita: linfoma Non Hodgkin a grandi cellule. Di quarto stadio.
In quel momento il mondo si è fermato.
Ho provato paura, rabbia, smarrimento. Mi sono chiesta “perché proprio a me?”
Ma poi, dentro di me, ho sentito anche una voce più forte di tutte le altre: “Io ce la farò.”
È iniziato il mio percorso di cura, un vero e proprio calvario fatto di giorni duri, di lacrime, di momenti in cui avrei voluto mollare tutto. Ma non l’ho fatto.
Perché accanto a me avevo la mia famiglia, le persone che amo, e perché dentro di me c’era una forza che non sapevo di avere.
Ho imparato ad ascoltare il mio corpo, a rallentare, a dare valore alle piccole cose.
Ho imparato che la fragilità non è una debolezza, ma una forma di coraggio.
A dicembre del 2018 sono entrata in camera sterile, pronta per il trapianto. Un mese di isolamento. Lì, dentro quella stanza, sono morta… e poi, in un giorno qualunque di metà gennaio, sono rinata.
Ricordo ancora lo sguardo di mia madre, incredula nel vedermi seduta su una poltrona. Le chiesi: “Possiamo andare via da qui?”
Le sue lacrime di gioia inondarono quella stanza asettica.
Ero libera. Libera di tornare a vivere, a respirare.
La vita mi ha tolto tanto, ma mi ha anche restituito tanto.
Ho continuato per anni con controlli e terapie di mantenimento, finché piano piano, quel mondo fatto di ospedali e paure ha smesso di essere al centro della mia quotidianità.
Ad ottobre del 2024, quasi un anno dopo il mio matrimonio, ho ricevuto un dono inaspettato: scoprii, per caso, di essere incinta.
Non potevo crederci. I medici mi avevano detto che era quasi impossibile, dopo tutto ciò che il mio corpo aveva subito. Ero in amenorrea da anni. Ma il test era positivo.
E poi, l’ecografia: il cuore del mio bambino batteva.
E non era un piccolo fagiolino di poche settimane… era lì da quattro mesi.
Il 13 marzo 2025 è nato Pierluigi, il nostro piccolo grande miracolo. L’amore della nostra vita.
E oggi, mentre ripercorro la mia storia, non voglio che pensiate a me come una persona che ha avuto una malattia, piuttosto come una donna che ha scelto di rialzarsi, di vivere, di sperare.
Perché la vita, anche quando ti mette in ginocchio, sa sempre sorprenderti.
E se oggi sono qui, è perché dopo il buio, la luce torna sempre.
Eleonora
