La macroglobulinemia di Waldenström (WM) è una malattia linfoproliferativa indolente dei linfociti B, caratterizzata dall’accumulo di cellule monoclonali nel midollo osseo e nei tessuti linfatici periferici, associata alla produzione della proteina monoclonale sierica immunoglobulina M (IgM).
L’attuale scenario terapeutico di questa malattia prevede un’ampia gamma di approcci, tra cui anticorpi monoclonali, agenti alchilanti, inibitori del proteasoma e inibitori della tirosina chinasi di Bruton (BTKi). Tuttavia, nonostante le numerose opzioni terapeutiche, i pazienti con macroglobulinemia di Waldenström vanno incontro a ricadute, con una sopravvivenza mediana di 10-12 anni dal momento della diagnosi.
La mutazione somatica L265P nel gene MYD88 è presente in oltre il 90% dei casi di WM ed è associata a una maggiore sopravvivenza. Un’altra mutazione frequente è CXCR4. Oltre 30 mutazioni diverse nel 25-30% dei pazienti con WM sono associate a resistenza clinica a ibrutinib, bendamustina, fludarabina e idelalisib ma la mutazione CXCR4 non riduce il tasso di risposta a bortezomib.
Lo studio
Alla luce di queste considerazioni è stato avviato uno studio multicentrico FIL (“Efficacia e sicurezza del trattamento con bendamustina, rituximab e bortezomib nella macroglobulinemia di Waldenstrom recidivante/refrattaria: risultati dello studio di fase 2 FIL-BRB”) con lo scopo di valutare l’efficacia e la sicurezza di una nuova combinazione di terapie (BRB) nei pazienti con macroglobulinemia di Waldenstrom refrattaria recidivante (RR-WM).
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista British Journal of Haematology, con primo nome quella della dott.ssa Giulia Benevolo.
La ricerca che ha coinvolto 38 pazienti affetti da questa patologia, mostra un tasso di risposta globale all’84,6%, incluse 4 remissioni complete (11%), 15 risposte parziali molto buone (39%), 12 risposte parziali secondo i criteri di risposta IWWM (32%).
A 18, 24 e 30 mesi la sopravvivenza libera da progressione di malattia è stata rispettivamente dell’84,2%, 81,5% e 78,8%. A 18 mesi, la sopravvivenza complessiva era del 92,1%.
Gli effetti collaterali principali sono stati ematologici (50%) e neurologici (10%), ma raramente hanno richiesto l’interruzione del trattamento.
Lo studio ha evidenziato che il regime BRB è un trattamento di salvataggio di breve durata, a basso costo e ben tollerato per i pazienti con WM refrattaria recidivante dopo la prima linea di terapia.
L’interessante ricerca ha permesso di indagare questi aspetti anche da un punto di vista molecolare. Lo studio si è infatti arricchito con il sottostudio BIO-BRB.
Qui la pubblicazione su British Journal of Haematology.
