La storia di Iolanda con il linfoma di Hodgkin

Chi non lotta per qualcosa ha già comunque perso

Spesso la vita ci trascina in posti in cui non si vorrebbe andare, ma è proprio lì che impariamo a lottare. È così che potrei riassumere la mia storia con il linfoma, conosciuto e affrontato nel bel mezzo della più grande pandemia mondiale della storia moderna.

Come se già non fosse stato sufficiente il Covid, la malattia è arrivata in un momento di profondo cambiamento personale e professionale della mia vita. A 36 anni ho lasciato tutto e mi sono buttata sul lavoro. A settembre 2019, infatti, da Lucera, il mio piccolo paese del sud in provincia di Foggia, mi sono trasferita a Piacenza per insegnare, avendo ricevuto un incarico per una supplenza annuale, concedendomi di “scendere” a casa appena possibile.

A gennaio 2020, mentre mi trovavo a casa per una breve vacanza, le mie amiche mi hanno fatto notare la mia magrezza.

Tornata a Piacenza ho ignorato i primi segnali che il mio fisico mi stava inviando, ma non stavo bene: mi sentivo sempre stanca, faticavo a dormire a causa di una tosse persistente, avevo strane sudorazioni notturne.

Il 20 febbraio 2020, dopo due mesi di notti insonni, ho finalmente dormito per tutta la notte e ho sognato ciò che desideravo da tempo: Francesco, un caro e buono amico che avevo perso a causa di un incidente stradale. Da quel giorno non mi ha mai abbandonata e in qualche modo si è sempre fatto “vivo” quando più ne avevo bisogno: mi veniva a trovare nei sogni, mi faceva sentire la sua “presenza” durante le terapie e la sua risata mi attraversava la mente ogni qualvolta che il negativo offuscava i miei pensieri.
Mi sono svegliata felice per avere finalmente rivisto Francesco e all’improvviso ho sentito un gonfiore tra il collo e la spalla.

Per qualche giorno ho ignorato la cosa, poi convinta da amici e colleghi sono andata dal mio medico, il quale mi ha invitato a fare un’ecografia. Non riuscendo a trovare disponibilità, mi sono recata al pronto soccorso: era il 21 febbraio 2020 e in Italia veniva data la notizia del paziente zero e del Covid.

Sono seguite ore e giorni di dubbi, accertamenti, timori, fino alla diagnosi di linfoma di Hodgkin al terzo stadio, che ho poi ribattezzato “linfomerda/linfostronzo”.

La prima reazione sono state le lacrime: ho pianto un giorno intero, riuscendo solo a urlare “Voglio mamma”, poi ho trovato una calma improvvisa e mi sono sentita pronta ad affrontare quello che sarebbe stato. Ancora oggi non mi spiego quella forza incredibile  sopraggiunta, nonostante la grandissima paura e le tante domandePerché, perché in questo momento?” e soprattutto “Ce la farò?”.

I miei genitori si sono trasferiti da me per offrirmi il sostegno di cui avevo bisogno e mi hanno aiutata anche a superare la sensazione di solitudine e isolamento causata dal Covid.

Ho iniziato le terapie – sei cicli di chemioterapia – che sono proseguite per cinque mesi.

In quelle settimane ho pianto, ma ho anche riso tanto, ho sofferto, ma ho anche gioito; sono stati mesi “pieni” di emozioni positive e negative, mesi in cui non mi riconoscevo né fisicamente, perché inevitabilmente il mio corpo stava cambiano, né soprattutto psicologicamente. Avevo una calma che non mi era mai appartenuta e una serenità che nessuno sapeva spiegare.

Attraverso la malattia ho rivalutato gli altri e anche me stessa. Sono passata dal vedermi una persona debole e incapace di fare le cose da sola, al considerarmi una donna in grado di affrontare ciò che la vita riserva.

In questo periodo buio ho conosciuto, seppur virtualmente, alcuni amici che mi hanno fatto compagnia durante le terapie, che mi hanno capita e mi capiscono ancora oggi, avendo attraversato la stessa esperienza.

Abbiamo deciso di raccontare le nostre storie e ne è nato un libro scritto da Martina Mutolo “Ne abbiamo pieni i linfonodi! Storie sul Linfoma di Hodgkin” che raccoglie 34 esperienze, storie di paura, coraggio, ironia, felicità e amore per la vita.
Il libro è disponibile su Amazon.

La malattia mi ha cambiata e lo sta ancora facendo, ma una cosa è certa: non l’ho mai maledetta e, paradossalmente, più passano i giorni e più mi accorgo di doverla ringraziare perché è grazie a lei che ho imparato a volermi bene e a diventare la mia priorità in assoluto.

 

Iolanda

 

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