Linfoma: il tumore di Cristina

Il mio lungo inverno berlinese

Lo stigma del tumore, le cure lontana da casa, la voglia di vivere ogni attimo.

La mia storia inizia nell’inverno del 2016 in una capitale europea che stavo iniziando a scoprire e che avevo scelto per provare a realizzare il mio sogno di 23enne: lavorare nel settore dei videogiochi.

Stavo vivendo a Berlino e avevo ottenuto un contratto, tutto andava bene, fino alla comparsa di una violenta tosse, che subito imputai al freddo della Germania, poi, alla tiroide ingrossata.

Le visite dal mio medico, gli accertamenti dell’otorino e gli esami del sangue non rilevarono nulla d’altro, così, sbagliando, mi ributtai sul lavoro e sperai semplicemente che quella tosse passasse.

Le cose non migliorarono e anzi gli attacchi cominciarono a essere sempre più forti, fino a causarmi nausea e a rendermi difficile la respirazione. Un giorno, al lavoro, in preda a una crisi mi spaventai tantissimo, così un collega mi accompagnò dal suo medico. Ricordo il momento in cui la dottoressa guardandomi, mi disse che avevo un linfoma e mi consigliò di recarmi immediatamente all’ospedale.

In preda alla confusione – non sapevo cosa fosse un linfoma – andai all’ospedale, mi ricoverarono e il giorno dopo in una lingua non mia, lontano da casa e dai miei affetti, mi spiegarono che avevo un tumore.

La prima cosa che pensai fu: “Sto morendo”. È ancora un tabù dire che si è malati di tumore, la notizia suona come una condanna, ci si accorge di questo continuamente, parlando con le persone, notando il modo diverso in cui iniziano a rapportarsi con te.

Io capivo poco, scossa da quella doccia fredda e dal ritrovarmi in un ambiente freddo e impersonale, ma una volta trasferita al reparto di oncologia venni presa in carico da un medico che parlava inglese e la comunicazione si fece più facile: fu lui a spiegarmi cos’era il linfoma e come lo avrebbero curato.

Cristina delvecchio2

Due giorni dopo il ricovero iniziai la chemioterapia, affiancata dal mio compagno che non mi ha mai abbandonata. Oggi non ricordo neppure quanti cicli di chemioterapia ho eseguito. A quelli seguirono il trapianto di cellule staminali, l’immunoterapia e la radioterapia, perché ci furono due ricadute.

Sono sopravvissuta non una, ma tre volte!

Fu tutto molto difficile e il momento più delicato che ricordo fu dopo il trapianto di staminali: non mangiavo, non bevevo, stavo per andare in terapia intensiva, poi arrivò mia mamma dall’Italia e mi ripresi. Ancora oggi non ho una spiegazione per questo tempestivo cambio delle mie condizioni di salute, ma così avvenne e da allora iniziai a riprendermi.

A inizio 2019 ho finito le cure, ma le conseguenze si sono protratte.

Mi sono sentita debole per tantissimo tempo, ho dovuto re-imparare a fare tutto e ancora oggi se cammino un po’ più a lungo avverto la stanchezza.

C’è un’altra conseguenza con cui farò i conti per sempre: la sterilità.

Non voglio vittimizzarmi, ho sempre cercato di mantenere un atteggiamento aperto e positivo, parlare della malattia con chi mi faceva domande. C’è ancora uno stigma immenso sui tumori, specialmente tra i giovani, ma nel mio piccolo voglio provare a cambiare le cose.

Oggi attraverso i miei profili social cerco di sensibilizzare sull’argomento.

Dico sempre che ci vogliono fortuna e forza di volontà e ovviamente medici competenti. A questo proposito, penso sia fondamentale non sottovalutare i sintomi, perché una diagnosi precoce può salvare la vita. Occorrono medici attenti, che prendano sul serio le preoccupazioni dei pazienti.

A Berlino penso di essere stata seguita bene; forse sono mancati un po’ di umanità e tatto, che ho trovato però negli altri pazienti, in particolare in una signora, diventata poi amica, che mi è stata di grande supporto e mi ha aiutata a vedere le cose diversamente.

Oggi sento che la malattia è sconfitta, ma ci sono ferite non visibili dentro di me, per questa ragione mi sto facendo aiutare dal punto di vista psicologico. Probabilmente è stato un errore non richiedere questo aiuto durante le cure; pensavo che la cosa più utile fosse concentrarsi sulle visite, gli esami, le terapie, invece, è importante ricevere un sostegno durante e dopo la malattia.

Cristina delvecchio

Vivo ancora a Berlino, ma l’esperienza della malattia mi ha cambiata.

Prima, mettevo il lavoro al primo posto, e dicevo “no” a tante cose, oggi non voglio perdermi nulla di quello che la vita ha da offrirmi.

 

 

Cristina
@tenaciouscri (Instagram)

 

 

 

Sostieni la ricerca