Elisa - La sua storia con il linfoma di Hodgkin

Non il perchè ma il come

La storia di Elisa, che ha sconfitto un linfoma di Hodgkin in pieno Covid.

Non avrei mai immaginato di raggiungere uno dei traguardi più importanti della mia vita con una costosa parrucca in testa ed un tubicino infilato in una vena del braccio destro… eppure è successo!

La vita ti coglie di sorpresa, è imprevedibile… ed io ho potuto toccare con mano ciò che di più inaspettato si può immaginare: vivere prima il dolore di una malattia nei panni di una sorella e poi, due anni dopo, viverlo sulla mia stessa pelle, in prima persona.

Ho avuto l’onore di conoscere il Linfoma di Hodgkin nell’Aprile del 2019 attraverso la diagnosi ricevuta da mio fratello, allora 25enne.

Inutile dire che è stato come ricevere un treno in corsa dritto in faccia perché l’unica parola che in queste situazioni risuona è sempre una, tumore. Ma poi, grazie ai dottori e all’esperienza, si impara a capire che alle volte se la vita non ti vuole proprio trattare con i guanti, allora incrocia le dita affinché ciò che sta arrivando sia curabile.

All’alba del 2021, dopo una serie di esami medici e step mirati (mirati soltanto ”grazie” all’esperienza pregressa di mio fratello), scopro la mia sorte: Linfoma di Hodgkin di sottotipo sclerosi nodulare al primo stadioMi è crollato il mondo addosso.

Ero una ragazza di soli 22 anni, non ero di certo pronta a questa esperienza. D’altronde, chi lo è in questi casi?

Inoltre, in aggiunta alla mia sofferenza, si addizionava una profonda ferita inerente i miei genitori. Sono stati colpiti così duramente dalla vita ben due volte, a distanza di soli due anni con entrambi i figli come “protagonisti”, e pensare a questa sorte mi ha fatto scorrere tante lacrime e ha sviluppato in me un forte senso di protezione in qualità di figlia.

Parlando del contesto che circondava la mia malattia, un ennesimo ostacolo per un periodo che già di natura non gode di semplicità e leggerezza, è stato il Covid. Perché, se lottare contro un tumore a soli 22 anni è quasi impensabile, non immaginate quanto lo sia nel pieno di una pandemia mondiale. La forza psicologica richiesta è stata elevata a causa delle tante conseguenze portate dal virus.

Non poter vedere nessun amico al di fuori del tuo nucleo familiare; seguire le lezioni da casa quando l’università stava iniziando a riprendersi con la presenza in aula; non poter godere di un sereno pranzo primaverile nella tua città perché devi stare attenta alla cottura e lavaggio del cibo e tante altre particolari attenzioni indicate dai medici. Non è stato semplice, ma non mi sono fatta abbattere.

Il percorso è stato impegnativo e ricco di passaggi: prima una serie di esami per giungere alla diagnosi, tra risonanze, Pet, Tac e biopsia linfonodale. A seguire la conservazione degli ovuli, fondamentale per l’Elisa del domani data la mia spasmodica voglia di diventare mamma. E poi c’è stato il vaccino. Le liste di attesa per pazienti oncologici non erano così vuote, anzi, il contrario, ma fortunatamente tra un viaggio in Puglia ed uno di ritorno a Milano sono riuscita ad avere la mia copertura completa in tempo. Sono stata una privilegiata se penso a chi non ha ricevuto in tempo quell’iniezione salvavita.

Iniziano così, poche settimane dopo il mio ventiduesimo compleanno, le mie sedute di chemio. Ogni settimana ero in ospedale: eseguivo la medicazione del picc e ad ogni seconda settimana eseguivo l’infusione. Ricordo il dolore degli effetti collaterali della prima infusione, indelebile. Dolori ovunque, debolezza cronica, tanta paura e convinzione di non essere in grado di reggere il colpo a livello fisico. Per fortuna, nel giro di 6 giorni, inizio a riprendermi e il mio corpo rinasce pian piano. Da quel momento è stato come sedersi sul seggiolino più alto delle montagne russe: sotto di me vedevo solo le infusioni successive – che mi terrorizzavano – vedevo esami da dare e una laurea da raggiungere. Tutto questo mi faceva paura e mi caricava di responsabilità verso me stessa. Fin quando, però, ormai ripresa alla seconda settimana, mi presento alla seconda infusione desiderosa di buttarmi a capofitto da quella giostra, ormai in discesa, pronta a rispondere con energia ad ogni colpo. Ed infatti, così fu.

Ho studiato e concluso sei esami, parallelamente alla stesura della tesi; ho incassato tra pianti e risate tre infusioni di chemio; ho assistito con gli occhi pieni di amore e orgoglio alla laurea del mio fidanzato e, il giorno dopo il suo, ho celebrato la mia laurea in presenza attorniata dal solo mio nucleo familiare, data la mia condizione di fragilità da tenere preservata. Infine, il giorno dopo la mia laurea, il 23 Luglio 2021, ho eseguito la mia quarta infusione di chemio che si è rivelata essere poi la mia tappa finale della cura chemioterapica. A settembre, infine, ho concluso le annesse sedute di radioterapia che mi avevano prescritto da protocollo.

Da tutta questa storia, che a volte ha il gusto del paranormale, ho tratto un insegnamento che mi piacerebbe risuonasse nella mente di tutti noi, compreso tu che stai leggendo: noi siamo capaci di fare tanto, abbiamo dentro di noi risorse tali da reagire alle difficoltà più grandi ed ognuno di noi ha le sue personali ricchezze, tutte ad ogni modo preziose e sacre.

Io ho scoperto le mie, molte delle quali non erano mai emerse per ovvi motivi, mentre altre hanno confermato la natura del mio carattere che ad oggi tengo a ringraziare.

Ha vinto la mia tenacia. Hanno vinto la mia positività e il mio instancabile sorriso. Ha vinto il potere dell’amore che mi circonda. Ha vinto il sostegno psicologico, senza il quale ad oggi sarei in balia del trauma che la malattia rappresenta per un malato. Ma, specialmente, ha vinto la medicina, senza la quale noi pazienti saremmo persi.

Un enorme grazie lo volgo al San Raffaele, ospedale d’eccellenza che mi ha coccolata e guidata verso le cure con un’incredibile professionalità e tanta, ma tanta, umanità.

Ringrazio chi mi è stato vicino, dalla mia famiglia agli amici, e poi ringrazio me per la fame di vita che non mi ha mai abbandonata e per la voglia di raggiungere gli obiettivi che mi fanno sentire viva, tra cui il primo traguardo del mio sogno: diventare psicoterapeuta.

Guidata dalla passione e dalla tenacia, sono riuscita nel mio intento dando modo alla positività e determinazione di vincere contro il tornado che si stava abbattendo sul mio cammino!

Grazie alla mia Sigmund Freud University di Milano che mi ha permesso di studiare ciò che amo mostrandosi sempre disponibile davanti ad ogni mia necessità.

Oggi scrivo queste parole con l’obiettivo di offrire anche solo una spalla a chi si trova a leggere questa storia, la stessa spalla che cercavo io un po’ di mesi fa quando approdavo sulle storie degli ex pazienti sperando di trovare un porto sicuro a cui aggrapparmi, e far sapere che io ci sono. Ci sono per chi ha bisogno di uno sfogo, di un’informazione in più o anche solo di una chiacchierata liberatoria che non chiede nulla in cambio.

Non per ultimo, grazie a questa preziosa fonte, FIL, che sostiene i pazienti oncologici e lavora ogni giorno per migliorare cure e qualità di vita.

Ho una gran voglia di raccontare la mia storia perché mi ha insegnato tanto, ha dato indirettamente valore a tanti aspetti della mia vita e mi ha permesso di raggiungere consapevolezze di me stessa che difficilmente avrei raggiunto a 22 anni.

Cerchiamo di vedere sempre la luce, anche nel tunnel più buio e cupo, perché, laddove la vita ci permette di rialzarci e continuare a correre per inseguire i nostri sogni, rimarremo così tanto stupiti da noi stessi che ci renderemo conto di cosa siamo capaci e di quale immensa forza arde dentro di noi.

Non insistere nel chiederti il Perchè, della malattia, ma utilizza le tue energie nel cercare un buon Come, per affrontarla.

E ricorda: The sky is the limit! :)

 

Elisa

 

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