“Il linfoma non mi ha rubato soltanto i capelli o la salute. Mi ha rubato la spensieratezza. Quella sensazione di poter fare progetti senza chiedersi se il proprio corpo sarà in grado di seguirli. Ci sono date che ti segnano. Numeri che continuano a tornarti in mente e che, da un giorno all’altro, cambiano il corso della tua vita.”
Ciao, sono Giulia, ho 29 anni.
Tutto è iniziato il 17 aprile 2026. Mi sono ritrovata in ospedale per una biopsia urgente a causa di un bozzo sotto l’ascella. A ventinove anni pensi a tutto, tranne che a una malattia grave. Ti convinci che sarà qualcosa di banale, che passerà. Non immagini mai che la tua vita stia per essere divisa in un “prima” e un “dopo”.
Pochi giorni dopo è arrivata la diagnosi: linfoma B di alto grado.
Non avevo la minima idea di cosa fosse. Ricordo solo la paura. La paura di sentire che quel tumore era nel mio corpo, che stava circolando dentro di me. In un attimo tutto è crollato: i progetti, i sogni, le certezze, la quotidianità. Era come se il tempo si fosse fermato e nella mia testa continuassero a riecheggiare solo quelle parole.
Perché io? Perché proprio adesso? Perché il mio corpo, che fino a quel momento era stato il mio alleato, aveva deciso di tradirmi?
Ricordo pochissimo di quel colloquio. La dottoressa parlava, spiegava cure, percentuali, protocolli. Io sentivo le parole arrivare da lontano. L’unica domanda che sono riuscita a fare è stata: “Mi cadranno tutti i capelli, vero?”
Pochi giorni dopo ho iniziato la chemioterapia. Ricoveri continui, flebo, esami, attese, la paura degli effetti collaterali e quell’ansia costante di non sapere cosa sarebbe successo il giorno dopo.
Poi sono arrivati loro: i capelli che cadevano. Per molti possono sembrare “solo capelli”, ma per me erano molto di più. Ogni ciocca che rimaneva tra le mani era un pezzo della mia identità che sembrava andare via. Guardarmi allo specchio diventava sempre più difficile. Sentivo di perdere una parte della mia femminilità e avevo la sensazione che il mio aspetto fosse diventato un biglietto da visita capace di dire agli altri, ancora prima che potessi parlare: “Sì, sono malata.”
Ma la malattia non cambia solo il tuo corpo. Cambia anche il tuo modo di guardare la vita.
Ho perso quella leggerezza che avevo sempre dato per scontata. Ho perso la spensieratezza dei programmi fatti all’ultimo momento, dei viaggi immaginati, dei piccoli problemi che prima sembravano enormi e che oggi farei di tutto per riavere. Ho imparato cosa significa vivere aspettando un esame, una TAC, un emocromo, una visita. Ho imparato ad avere paura del suono del telefono, del risultato di un referto, della parola “domani”.
Ci sono giorni in cui mi sento fortissima e altri in cui mi sembra di non avere più energie. Vivo in un continuo saliscendi di emozioni, come su una montagna russa che non puoi fermare. Guardo gli altri correre dietro ai loro progetti, costruire la loro vita, mentre io mi sento seduta in panchina, costretta ad aspettare il momento in cui potrò finalmente tornare a giocare la mia partita.
Ho pianto tanto. Ho avuto paura. Mi sono arrabbiata. Ci sono stati giorni in cui quel letto d’ospedale mi è sembrato infinito.
Eppure, proprio lì, tra quelle mura, sto imparando la lezione più importante della mia vita: che si può andare avanti anche quando pensi di non averne più la forza. Un passo alla volta. Un giorno alla volta. Un respiro alla volta.
Oggi sono a metà del mio percorso. Sono arrivata al giro di boa. So che davanti a me ci sono ancora mesi difficili, terapie, controlli e tanta strada da fare. Ma so anche una cosa che il 17 aprile non avrei mai immaginato: posso farcela.
Dentro di me ho scoperto una forza che non conoscevo. Ho imparato che essere forti non significa non piangere, ma concedersi il diritto di farlo. Ho imparato che posso urlare quando ne sento il bisogno, chiedere aiuto senza vergognarmi e rialzarmi ogni volta con la voglia di riprendermi tutto quello che questa malattia mi ha momentaneamente portato via.
Se oggi riesco a guardare avanti è anche grazie alle persone che mi sono rimaste accanto.
La mia famiglia è stata il mio porto sicuro, quello in cui tornare ogni volta che il mare diventava troppo agitato. I miei amici hanno continuato a ricordarmi chi sono anche nei giorni in cui io stessa facevo fatica a riconoscermi. Mi hanno regalato normalità quando tutto sembrava straordinariamente difficile, mi hanno fatto ridere quando pensavo di non esserne più capace e hanno saputo restare anche nei silenzi, senza pretendere parole.
E poi ci sono state persone che non avrei mai immaginato di trovare e ritrovare lungo questo cammino. Persone che, quasi in punta di piedi, hanno deciso di camminare al mio fianco. Alcune le avevo perse lungo la strada da anni e sono riapparse forse proprio nel momento giusto; alcune le conoscevo appena, altre sono arrivate quando ne avevo più bisogno. Ognuna, con un messaggio, una visita, una carezza o semplicemente con la propria presenza, mi ha ricordato che nessuno affronta davvero una battaglia da solo.
Il linfoma mi ha tolto tanto. Mi ha tolto la leggerezza, l’illusione di essere invincibile e una parte della serenità con cui guardavo al futuro.
Ma, paradossalmente, mi sta insegnando anche il valore immenso delle piccole cose. Mi ha insegnato che la vita non è fatta solo dei grandi traguardi, ma di ogni singolo giorno che abbiamo la fortuna di vivere. Mi ha insegnato a non rimandare gli abbracci, a dire più spesso “ti voglio bene”, ad assaporare ogni momento, anche quelli più semplici.
Non so ancora quando finirà questa storia. So soltanto che, qualunque cosa accada, questa malattia non sarà mai la definizione di chi sono.
Io sono molto più del mio linfoma.
Sono Giulia. E sto continuando a vivere, un giorno alla volta, sempre con il mio motto in testa “abbi cura di splendere”.
Giulia
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